Lunedì 25 luglio Feltri intitola cosi il suo articolo:”Quei giovani norvegesi incapaci di reagire - Cinquanta persone se si lanciano insieme sul killer hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani”
E’ difficile scrivere qualcosa a riguardo, ci si chiede cosa sia giusto dire e cosa invece sia da tacere, per lasciare posto alla riflessione.
Anders Behring Breivik, vestito da poliziotto arriva in meeting di giovani su un’isola e comincia a sparare. Si è allenato per anni ha studiato tutto con cura. Le sue ultime vittime sono state uccise mentre tentavano di fuggire, ci sono foto che documentano un ragazzo ancora vivo nell’acqua fino alla cintola, con le mani giunte che implora pietà per non essere ucciso.Inutilmente.
Il suo avvocato lo definisce un uomo senza pietà, che nn prova nessun rimorso per quello che ha fatto alle vittime.
Questi sono i fatti. Questa è l’unica realtà che noi conosciamo. Noi sappiamo cosa si prova e che meccanismo scatta, nella testa e nel cuore, in un momento così terribile.
Quando si è spettatori a distanza di un avvenimento così, non dovrebbe essere facile giudicare o tentare di mettersi nei panni di una vittima, sia che ci si trovi nella comoda poltrona dello studio o nella solitudine della propria stanza. Ma a noi non è concesso di estraniarci dal giudizio, siamo umani.
Feltri riesce a dare un parere, prova a immedesimarsi nella vittima è quasi certo che avrebbe reagito, lui e altre 49 persone insieme, aggredendo il killer e salvando gli altri.
Scrive nel suo articolo:”E si sa che lo sconcerto (accresciuto in questa circostanza dal particolare che il folle era vestito da poliziotto) e la paura possono azzerare la lucidità necessaria per organizzare qualsiasi difesa che non sia la fuga precipitosa e disordinata, contro un pericolo di morte. Ciononostante, poiché la strage si è consumata in 30 minuti, c’è da chiedersi comunque perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio. Ragioniamo. Cinque, sei, sette, dieci, quindici persone, e tutte disarmate, non sono in grado di annientare un nemico, per quanto agisca da solo, se questo impugna armi da fuoco. Ma 50 – e sull’isola ce n’erano dieci volte tante-se si lanciano insieme su di lui, alcune di sicuro vengono abbattute, ma solo alcune, e quelle che, viceversa, rimangono illese (mettiamo 30 o 40) hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani.”
Quasi viene la pelle d’oca nel vedere come si possa togliere la responsabilità al killer e addossare colpe che non esistono a vittime innocenti. In una condizione cosi terribile nella quale si sono trovati quei giovani, non si può far altro che cercare di scappare e di salvarsi. Feltri fa un ragionamento materialistico, pratico, freddo e distante da ciò che è stata la realtà di quel giorno.
Premettendo che “Il Giornale”, ancora prima di conoscere la verità sull’attentato in Norvegia, aveva scritto la prima pagina attribuendo la colpa ad Al Qaeda, (salvo poi correre ai ripari), si procede nella lettura dell’articoli di Feltri “Ma in questo caso, stando alle notizie in nostro possesso, sull’isola…” e viene da chiedersi come arrivino a loro le notizie, chi li informi e cosa ne facciano poi della verità e come può un uomo, che è a contatto con la notizia tutto il giorno e da così tanto tempo, lasciarsi andare a ragionamenti che al massimo si potrebbero sentire in un bar, dalla voce di quattro bulletti pronti a picchiare il mondo.
Forse Feltri davvero è convinto che, quei giovani pacifisti cresciuti in una realtà, quella della Norvegia, da sempre tollerante, potevano organizzarsi in pochi secondi e andare contro un “poliziotto” che, armato di pistola e di un fucile automatico, sparava senza pietà ai loro amici, in un kilometro quadrato di isola.
Clicca e leggi l’articolo di Feltri su Il Giornale .it
Quei giovani norvegesi incapaci di reagire
La prima pagina de ” Il Giornale ” che identifica nel terrorismo islamico l’attentato.

La seconda riveduta e corretta


