Luca Vallicelli (membro minore della banda): ha partecipato alle prime rapine – senza omicidi – ha scontato tre anni e otto mesi ed è ora in libertà.
Pietro Gugliotta: condannato a 18 anni di reclusione è stato scarcerato nel 2008 grazie all’indulto e alla legge Gozzini.
Marino Occhipinti: condannato all’ergastolo uscì nell’aprile 2010 grazie ad un permesso premio ed ora ha chiesto la semilibertà
Roberto, Fabio (fondatori della banda) e Alberto Savi sono attualmente in carcere.
Ieri ricorreva il ventennale della strage del Pilastro. Il 4 gennaio 1991 3 giovani carabinieri vennero uccisi mentre prestavano servizio a bordo di una volante. Nel dubbio che i carabinieri avessero preso la targa del loro veicolo, gli occupanti della Uno bianca aprirono il fuoco. Vennero crivellati da un fuoco incrociato fatto da pistole e fucili per far arrestare il loro veicolo poi da colpi precisi per uccidere i tre militari che riuscirono a rispondere al fuoco ma fu tutto inutile. Ho fatto qualche ricerca sul caso della banda della Uno bianca. Dal 1987 al 1994 vennero uccise 24 persone e ferite più di un centinaio: mi hanno colpito la ferocia e la determinazione con la quale i membri della banda hanno eliminato possibili testimoni, fossero essi direttamente coinvolti nella rapina o passanti che potevano fornire informazioni agli inquirenti. L’uso di fucili d’assalto, le tattiche terroristiche, la precisione nel colpire le vittime e l’assenza di prove o indizi resero difficili le indagini e spinsero più volte a seguire piste terroristiche o malavita locale senza trovare un filo conduttore. La banda, inoltre, cambiò tre volte “stile” pur mantenendo un ben distinguibile modus operandi. La prima fase fu quella delle piccole rapine, la seconda degli omicidi a sfondo razzista e la terza un più raffinato e meticoloso lavoro di progettazione delle rapine alle banche. Questi cambiamenti fecero via via pensare prima a piccoli delinquenti poi a fenomeni di razzismo infine ad una “quinta” mafia con radici in Emilia Romagna. Furono persino scomodati Gladio e i servizi segreti deviati ipotizzando un commando di terroristi di destra votato alla destabilizzazione della principale regione “rossa”. Da ricordare che cinque dei sei membri della banda erano poliziotti in servizio e il sesto era stato scartato dalla polizia per problemi alla vista.
Di tutti gli oltre cento fatti criminali imputati alla banda mi ha colpito proprio la strage del Pilastro. In quell’occasione furono ritrovati bossoli di un fucile, il Beretta AR70: scattarono le ricerche sui possessori dell’arma registrati in Emilia Romagna. Al numero 26 su una lista di trenta nominativi c’era Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca. Per depistare le indagini il Savi acquistò un secondo fucile – regolarmente denunciato – ma al momento del controllo ne portò solamente uno in questura, lasciando a casa proprio quello utilizzato in numerose rapine ed omicidi compresi quelli del Pilastro. Nessuno si prese il disturbo di controllare entrambi i fucili o di recarsi presso l’abitazione di Roberto Savi dove avrebbe potuto trovare oltre al fucile una vera e propria armeria all’interno del box. A lato del nome del Savi scrissero “collega P.S.” : un poliziotto non è il primo sospettato anche se molti indizi portavano proprio ad una pista interna. L’abilità con le armi da fuoco, la facilità con la quale fuggivano evitando strade pattugliate, le accuse di un informatore che sapeva che “quelli della uno bianca sono sbirri”. Tutti tasselli di un mosaico che dovevano portare alla pista interna alla Polizia ed invece spinsero investigatori e media a fantasticare su ipotesi impossibili evitando così di seguire la pista più ovvia. Nella indagini sui fatti della Uno bianca furono, nell’arco di quasi otto anni, indagate 150 persone. Per la stage del Pilastro furono accusati i fratelli William, Peter e Davide Santagata, Romeo Giuseppe e Romeo Stefano oltre a Marco Medda (braccio destro di Raffaele Cutolo). Piccoli pregiudicati e un mafioso già in carcere sembrarono i colpevoli. Dopo l’arresto dei fratelli Savi, di Marino Occhipinti, di Pietro Gugliotta, di Luca Vallicelli – l’intera banda della Uno bianca – il Pm Spinoza continuò con la sua linea accusatoria arrivando ad ipotizzare la complicità dei Santagata coi Savi, sostenendo che furono i Santagata a compiere la strage del Pilastro utilizzando le armi dei Savi. Ma la frenesia cieca con la quale si cercavano i colpevoli colpì soprattutto la stampa. Vale la pena leggere questi tre articoli che rappresentano bene quel clima da caccia alle streghe.
UNA FAMIGLIA DI KILLER PER LA STRAGE DEL PILASTRO
Strage del Pilastro: sospettato un quarto uomo
http://archiviostorico.corriere.it/1993/settembre/08/eccidio_del_Pilastro_strage_mafia_co_0_9309089690.shtml
Anche dopo le confessioni dei Savi i Santagata non furoni scarcerati. Dovettero scontare tre anni di carcere pur essendo completamente estranei ai fatti. Gli furono attribuiti anche gli omicidi a sfondo razzista commessi dalla banda della Uno bianca nel biennio ’90 – ‘91. Solo per il fatto del Pilastro vennero arrestate oltre 200 persone in tutta Italia. La Procura di Bologna e i Pm impiegarono 500 uomini nell’operazione “mafia del Pilastro”, convinti che l’uccisione dei tre carabinieri fosse avvenuta durante un traffico di armi. Dopo tanti errori ed inefficienze furono l’intelligenza e le capacità del Pm Paci e di due investigatori, Baglioni e Costanza a porre fine in meno di un anno alla lunga carriera criminale della banda della Uno bianca.
Possibile che persone colpevoli di tali reati possano chiedere la semilibertà, godere di permessi premio, nonostante abbiano compiuto crimini tanto efferati ed abbiano minacciato più volte i parenti delle vittime? Oggi parliamo di carceri troppo piene e di soluzioni come il braccialetto elettronico ma, come insegna questa storia, non sarebbe meglio incarcerare i veri colpevoli invece di arrestare decine di persone estranee ai fatti ed occupare inutilmente le carceri? E ancora: applicare indulto e legge Gozzini a criminali che hanno dimostrato più volte di non aver nessuna difficoltà ad uccidere non è forse troppo pericoloso per i parenti delle vittime e per tutti noi?
LA UNO BIANCA 20 anni dopo
On gennaio - 5 - 2012 ADD COMMENTS